martedì 28 aprile 2009

Cosa sappiamo della guerra (sei) storia zen


"I bambini di Tacoma, Washington, andarono in guerra nel dicembre del 1941. Gli era parsa la cosa più giusta da fare, e avevano seguito le orme dei loro genitori e di altri adulti che si comportavano come se sapessero ciò che stava accadendo.
- Ricordatevi di Pearl Harbor! - dicevano.
- Ci potete giurare! - rispondevamo noi.
Io ero un bambino a quel tempo, anche se adesso ho tutt'altro aspetto. C'era la guerra a Tacoma. I bambini sono capaci di uccidere nemici immaginari allo stesso modo in cui gli adulti sono capaci di uccidere i nemici veri. I bambini considerano la guerra dal punto di vista della carneficina totale.
Io ho affondato 987 navi da guerra, 532 portaerei, 799 incrociatori, 2007 cacciatorpediniere e 161 navi trasporto. Le navi trasporto non erano un bersaglio molto interessante: non c'era granché da divertirsi. (...) Ho abbattuto 8942 aeroplani da combattimento, 6420 bombardieri e 51 dirigibili. Ho abbattuto la maggior parte dei dirigibili quando la guerra era ancora all'inizio. Più tardi, nel corso del 1943, smisi del tutto di abbattere i dirigibili. Troppo lenti.
Ho distrutto anche 1281 cisterne, 777 ponti e 109 raffinerie di petrolio, perché ero certo che fosse in nostro diritto.
- Ricordatevi di Pearl Harbor! - dicevano.
- Ci potete giurare! - rispondevamo noi."


Richard Brautigan, 102 racconti zen, Einaudi, 1999, pag. 24

venerdì 24 aprile 2009

Come scrivere un romanzo condensato

Wordle: Pepenero

Innanzitutto bisogna scrivere un romanzo per intero... poi si può copiare e incollare l'intero file in un sito che si chiama Wordle e vedere cosa succede. L'ho fatto con L'odore di Pepenero - una sessantina di cartelle, circa - e il risultato è qua sopra (cliccando sull'immagine si apre una finestra pù grande sul sito Wordle). L'estremo riassunto, forse un po' meccanico, del testo. Ma qualcosa si capisce e qualcos'altro si intuisce. La parola Pepenero è quella che compare di più, per questo è la più grande, le altre sono più piccole in proporzione, almeno così mi sembra di avere capito. Si possono comporre testi più brevi e mirati e variare layout, caratteri e colori.

mercoledì 22 aprile 2009

Cadere (due)

Cadere, dal dizionario: finire a terra, precipitare, crollare, finire, essere rovesciato, venir meno, morire in guerra o sul lavoro; muoversi non intenzionalmente, spesso rapidamente, verso il basso, per mancanza di sostegno o equilibrio. Figurato: cadere in miseria, in tentazione, in disgrazia, in rovina; cadere dalle nuvole...

Tutte cose non troppo piacevoli, alcune disastrose. Eppure ci sono maniere delicate, eleganti di cadere, senza danni, come sanno fare i gatti e i bambini. E anche chi si ricorda di esserlo stato, e prova a muoversi alla stessa maniera.
Un video per fare un po' di pratica...


venerdì 17 aprile 2009

Corsi e ricorsi d'acque


"Ho contemplato per due giorni di seguito il Rio delle Amazzoni, che in questo punto è talmente largo che non si riesce a vedere la riva opposta, e mi sono sentito confuso perché l'acqua scorre nella direzione contraria, e all'inizio ho pensato di aver perduto l'orientamento, finché ho capito che è il risultato dell'azione della marea: qui il Rio delle Amazzoni scorre sia in avanti che all'indietro".

Werner Herzog, La conquista dell'inutile, Mondadori, 2007, pag 114.

mercoledì 8 aprile 2009

Cosa sappiamo della guerra (cinque) macerie e croci

San Martino del Carso
Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti

che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore

nessuna croce manca
E’ il mio cuore

il paese più straziato.

Giuseppe Ungaretti

venerdì 3 aprile 2009

Voi siete qui (tre) banane globali



“Con una voce dolce, dall'accento indefinibile, spiega che la clandestinità è l'unico modo per conoscere davvero la strada. Altrimenti si legge la cartina. E poi si capisce come si comporta la merce all'interno delle casse. Le farine che marciscono sul fondo delle cisterne, i colpi che fanno sbriciolare i surgelati, i carburanti che vengono diluiti durante il viaggio, quel grado o due di differenza che bastano a far maturare le banane (il semplice contatto con il calore del tuo corpo, ti ingialliscono intorno, e si impara a mettersi lunghi distesi sul carico per avere di che nutrirsi durante la traversata)”.


Philippe Vasset, Il generatore di storie, minimum fax, 2006, pag 56.

mercoledì 1 aprile 2009

Etica del cercare, estetica del trovare (dieci) Diritti e rovesci del narratore


Qualche settimana fa, a Milano, ho incontrato Luca Lissoni che ha scritto una bella storia per bambini dal titolo Leo e la cravatta infinita, pubblicata da EDT/Giralangolo e magistralmente illustrata da Valentina Bucci.
Una storia che mi è piaciuta parecchio perché va dritta al punto, mentre scrivendo è facile perdersi, coprire idee lievi con mattoni su mattoni di parole, soprattutto quando si scrive per i più piccoli. Gliel'ho detto a Luca, e lui ha risposto pressapoco così: "...mi ha salvato il fatto di avere in mente un finale. Uno preciso. Proprio quello, senza scampo. Grazie a quel finale la storia mi è uscita dritta".
Ci siamo salutati ma quella frase ha continuato a girarmi per la testa, quindi ho scritto a Luca chiedendogli conto delle sue affermazioni azzardate.
Luca ha risposto parlando di dritti e rovesci, ha fatto bene, per questo lo ringrazio e gli lascio spazio:

Di solito mi viene in mente una cosa di cui vorrei scrivere: un personaggio (nel caso specifico della fiaba di Leo il personaggio di cui volevo scrivere non era Leo, ma il Dottor Millemiglia, cioè il cattivo), una situazione, una scena che vorrei vedere e che nessuno ha ancora raccontato (o almeno, se sì io non lo so), e così inizio.
E mentre scrivo le prime frasi, magari per inquadrare la situazione, per far capire dove vive il personaggio eccetera, mi viene in mente un’altra cosa alla quale prima non pensavo, ma che mi è stata stimolata per analogia da una delle cose che ho scritto. E mi sembra bello seguire quella nuova idea. La seguo e intanto me ne viene in mente un’altra, e seguo anche quella e così via. In questo modo ci si diverte parecchio, e magari si scrive anche una bella storia, ma lunga, complessa, che difficilmente può essere adatta a bambini piccoli.
Quando ho scritto la fiaba di Leo non credo di essere stato più bravo, o più concentrato di altre volte. Si è trattata di una fortunata combinazione: la storia parlava di un oggetto infinito (la cravatta del dottor Millemiglia), quindi era logico che il finale dovesse avere a che fare con il ritrovamento (o il non ritrovamento) della fine di quell’oggetto.
Ragionare fin da subito sul finale è la cosa che di solito non faccio mai e che invece questa volta (un po' per forza) ho dovuto fare, e ho scoperto che è una cosa utile:
sono stato obbligato a interrogarmi subito su dove sarebbero andate a finire sia la cravatta sia, di conseguenza, la storia.
Il paragone che mi viene in mente (ma devo averlo letto nel libro di un filosofo tedesco) è con una partita di tennis: giocando a tennis, diceva il filosofo, tu corri un sacco, fai tantissimi movimenti e compi migliaia di passi; ma ciò che dà senso a ciascuna serie di passi e di movimenti è il gesto finale con il quale colpisci la palla con la racchetta. Lì si interrompe la serie e ne inizia un’altra, la quale a sua volta è tutta in funzione del gesto finale di colpire una seconda volta la pallina. È l’ultimo gesto (il finale!) a guidare e a dare senso, efficacia, essenzialità a tutti i precedenti. Insomma, mentre inseguo la palla sulla linea di fondo non mi metto a pensare che potrei fare una deviazione verso la rete per verificare se davvero (come mi era parso durante lo scambio precedente) una delle maglie era allentata. Ma se non avessi lo sprone della pallina da ribattere la farei sì, eccome, quella deviazione, perché sono curioso e pure un po’ paranoico su questo genere di inezie.
Quindi quando giochi a tennis compi gesti brevi, essenziali, e quando scrivi una storia della quale sai già come andrà a finire, sei in grado di farla breve e non disperderti. Anzi, la mia esperienza è che ti viene proprio voglia di andare dritto a quel punto. Non ti dico quante sottotrame mi erano venute in mente (dove vanno a finire tutti quelli che vengono scaraventati giù dalla collina dentro la Palla della Vergogna? Chi ha fabbricato la Cravatta infinita?, e così via). Fosse stato per me, quelle strade le avrei seguite tutte, con il risultato che la fiaba di Leo, forse, non sarebbe nemmeno mai uscita. Invece c’era quel finale, la pallina da raggiungere, e mi sono ritrovato ad agire, per così dire “al di sopra delle mie forze”, a fare cose di cui non sono capace.
Anche per questo ti dicevo che adesso rileggo la mia stessa fiaba con un’ammirazione che non ha nulla a che vedere con la mancanza di modestia: è come se fosse ammirazione verso un altro, un tennista col dono della scrittura.
In un film (o in un libro) ho sentito (o letto) questa bellissima risposta alla domanda Ma come ci sei riuscito?: “Semplice, ho pensato a uno molto più in gamba di me e mi sono chiesto che cosa avrebbe fatto lui”.

Luca Lissoni