mercoledì 1 aprile 2009

Etica del cercare, estetica del trovare (dieci) Diritti e rovesci del narratore


Qualche settimana fa, a Milano, ho incontrato Luca Lissoni che ha scritto una bella storia per bambini dal titolo Leo e la cravatta infinita, pubblicata da EDT/Giralangolo e magistralmente illustrata da Valentina Bucci.
Una storia che mi è piaciuta parecchio perché va dritta al punto, mentre scrivendo è facile perdersi, coprire idee lievi con mattoni su mattoni di parole, soprattutto quando si scrive per i più piccoli. Gliel'ho detto a Luca, e lui ha risposto pressapoco così: "...mi ha salvato il fatto di avere in mente un finale. Uno preciso. Proprio quello, senza scampo. Grazie a quel finale la storia mi è uscita dritta".
Ci siamo salutati ma quella frase ha continuato a girarmi per la testa, quindi ho scritto a Luca chiedendogli conto delle sue affermazioni azzardate.
Luca ha risposto parlando di dritti e rovesci, ha fatto bene, per questo lo ringrazio e gli lascio spazio:

Di solito mi viene in mente una cosa di cui vorrei scrivere: un personaggio (nel caso specifico della fiaba di Leo il personaggio di cui volevo scrivere non era Leo, ma il Dottor Millemiglia, cioè il cattivo), una situazione, una scena che vorrei vedere e che nessuno ha ancora raccontato (o almeno, se sì io non lo so), e così inizio.
E mentre scrivo le prime frasi, magari per inquadrare la situazione, per far capire dove vive il personaggio eccetera, mi viene in mente un’altra cosa alla quale prima non pensavo, ma che mi è stata stimolata per analogia da una delle cose che ho scritto. E mi sembra bello seguire quella nuova idea. La seguo e intanto me ne viene in mente un’altra, e seguo anche quella e così via. In questo modo ci si diverte parecchio, e magari si scrive anche una bella storia, ma lunga, complessa, che difficilmente può essere adatta a bambini piccoli.
Quando ho scritto la fiaba di Leo non credo di essere stato più bravo, o più concentrato di altre volte. Si è trattata di una fortunata combinazione: la storia parlava di un oggetto infinito (la cravatta del dottor Millemiglia), quindi era logico che il finale dovesse avere a che fare con il ritrovamento (o il non ritrovamento) della fine di quell’oggetto.
Ragionare fin da subito sul finale è la cosa che di solito non faccio mai e che invece questa volta (un po' per forza) ho dovuto fare, e ho scoperto che è una cosa utile:
sono stato obbligato a interrogarmi subito su dove sarebbero andate a finire sia la cravatta sia, di conseguenza, la storia.
Il paragone che mi viene in mente (ma devo averlo letto nel libro di un filosofo tedesco) è con una partita di tennis: giocando a tennis, diceva il filosofo, tu corri un sacco, fai tantissimi movimenti e compi migliaia di passi; ma ciò che dà senso a ciascuna serie di passi e di movimenti è il gesto finale con il quale colpisci la palla con la racchetta. Lì si interrompe la serie e ne inizia un’altra, la quale a sua volta è tutta in funzione del gesto finale di colpire una seconda volta la pallina. È l’ultimo gesto (il finale!) a guidare e a dare senso, efficacia, essenzialità a tutti i precedenti. Insomma, mentre inseguo la palla sulla linea di fondo non mi metto a pensare che potrei fare una deviazione verso la rete per verificare se davvero (come mi era parso durante lo scambio precedente) una delle maglie era allentata. Ma se non avessi lo sprone della pallina da ribattere la farei sì, eccome, quella deviazione, perché sono curioso e pure un po’ paranoico su questo genere di inezie.
Quindi quando giochi a tennis compi gesti brevi, essenziali, e quando scrivi una storia della quale sai già come andrà a finire, sei in grado di farla breve e non disperderti. Anzi, la mia esperienza è che ti viene proprio voglia di andare dritto a quel punto. Non ti dico quante sottotrame mi erano venute in mente (dove vanno a finire tutti quelli che vengono scaraventati giù dalla collina dentro la Palla della Vergogna? Chi ha fabbricato la Cravatta infinita?, e così via). Fosse stato per me, quelle strade le avrei seguite tutte, con il risultato che la fiaba di Leo, forse, non sarebbe nemmeno mai uscita. Invece c’era quel finale, la pallina da raggiungere, e mi sono ritrovato ad agire, per così dire “al di sopra delle mie forze”, a fare cose di cui non sono capace.
Anche per questo ti dicevo che adesso rileggo la mia stessa fiaba con un’ammirazione che non ha nulla a che vedere con la mancanza di modestia: è come se fosse ammirazione verso un altro, un tennista col dono della scrittura.
In un film (o in un libro) ho sentito (o letto) questa bellissima risposta alla domanda Ma come ci sei riuscito?: “Semplice, ho pensato a uno molto più in gamba di me e mi sono chiesto che cosa avrebbe fatto lui”.

Luca Lissoni

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