giovedì 3 luglio 2008

Cosa sappiamo della guerra (due)


Antoine de Saint-Exupéry scomparve con il suo aereo militare durante un volo di ricognizione sul Mediterraneo il 31 luglio del 1944. Nessuno sapeva che fine avesse fatto, se fosse stato abbattuto, se avesse avuto un guasto o si fosse suicidato. C’erano motivi per credere anche all’ultima ipotesi.
Lo scrittore aviatore pilotava un aereo Lockheed P-38 Lightning, come quello nella foto, che ha la bellezza affilata di parecchi strumenti di morte. Sembra però che Saint-Exupéry non volesse armi sul suo aereo, affidandosi alla sua velocità e maneggevolezza.
Qualche tempo fa un ex-pilota militare tedesco di 88 anni ha affermato di aver abbattuto l’apparecchio di Saint-Exupéry (l'articolo, in francese, lo trovate qui). Ha pure sostenuto che il francese era il suo scrittore preferito da ragazzo, e che se avesse saputo che era lui non avrebbe sparato. Peccato che il pilota tedesco non sia anch’egli uno scrittore o anche solo un lettore appassionato, forse gli sarebbe venuto in mente che una scomparsa misteriosa emana fascino, è letteraria, e adesso non lo è più (o lo è di meno). Invece dettare a un giornalista scuse e ripensamenti tardivi, posticci, non dovuti (era in corso una guerra) è appena appena cronaca. Magari avrebbe fatto un gesto davvero letterario di portare il segreto, ed eventualmente il rimorso, con sé, fino alla tomba. Dal punto di vista umano sarebbe diventato un gigante, come quello su cui ha sparato. Sconosciuto ma gigante. Invece, adesso, ha avuto una paginetta in cronaca…
foto dalla Rete

martedì 1 luglio 2008

Estate


...e si cambia un poco, almeno fuori, e di conseguenza anche un po' dentro.

venerdì 27 giugno 2008

Meteo


"Facciamo ying e yang, hip e hop, l'ultima nuovissima fesseria, il flip che fa flop! Uaaaoo! Ed ecco a voi le previsioni del tempo di oggi: caldo!"

Love Daddy (Samuel L. Jackson) deejay di We Love Radio FM 108 "...l'ultima dell'effeemme, la prima nei vosti cuori" in Fa' la cosa giusta di Spike Lee (USA,1989)

lunedì 23 giugno 2008

Teatro anonimo




... Teatro anonimo che eserciterà o meno un’azione sui presenti, ma che si compirà comunque e troverà la propria giustificazione nel semplice fatto di venire rappresentato. Così, per offrire l’embrione di un esempio, voi potrete inscenare un’opera teatrale che consista nel prendere la metropolitana alla stazione di Vaugirard e scendere a Chàtelet. Non si tratterà di un viaggio ordinario, ma di una prova d’attore.
(...)
Anche leggendo “Le Monde” mentre passeggiate sotto i portici di rue de Rivoli avrete fatto teatro anonimo.

Julio Cortàzar, Il giro del giorno in ottanta mondi, Alet, 2006.

Il più grande attore di teatro anonimo è quello che neanche sa che sta recitando, che sta mettendo in scena se stesso. Ma quando lo sa, se perde qualcosa, qualcosa pure acquista.

mercoledì 18 giugno 2008

Il più grande sergente


A 86 anni è morto ad Asiago Mario Rigoni Stern. Si conoscono le persone anche leggendo i loro libri, che è una cosa diversa dalla conoscenza personale ma non per questo meno vera. Di Rigoni Stern mi piaceva il rispetto con cui avvolgeva gli esseri viventi, fossero lepri o gazze, o l'ape tramortita dal freddo, raccolta sul sentiero e riportata all'arnia. Da montanaro raccontava le storie dei soldati italiani e francesi che si combattevano dai due versanti delle Alpi, citandoli uno a uno per nome e cognome. E ricordo l'incipit di un Il sergente nella neve, olfatto e udito per raccontare un paesaggio alieno, ostile e lontano, come la steppa russa: Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli starnuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.
Grazie per i libri e le storie, sergente.

giovedì 12 giugno 2008

Voi siete qui (due). Antipodi o antipatie?


La buca era diritta come un tunnel, poi s'inabissava così rapidamente che Alice non ebbe un istante per pensare di fermarsi, poiché si sentiva cadere in un precipizio che somigliava a un pozzo profondissimo.
(...) "Chi sa quante miglia ho percorso a quest'ora?" esclamò. "Davvero sto per toccare il centro della terra. Suppongo che saranno quattrocento miglia di profondità - " (come vedete, Alice aveva imparate molte cose nelle sue lezioni, ma non era quella la migliore occasione per fare sfoggio della sua erudizione, non c'era nessuno che l'ascoltasse, ma pure era bene ripassarle) - "Sì, sarà questa la vera distanza, o press'a poco - ma vorrei sapere a quale grado di latitudine o di longitudine sia arrivata!" (Alice non sapeva mica che fosse longitudine o latitudine, ma pensò ch'erano belle parolone a dire, e le disse!)
Passò qualche istante e poi ricominciò. "E se dovessi traversare la terra? Sarebbe bella se uscissi fra quelli che camminano con la testa in giù! Credo che si chiamino le Antipatie - "(questa volta fu contenta che nessuno l'ascoltasse, perché quel nome non le suonava giusto all'orecchio) " - domanderò loro che nome abbia quel paese. Di grazia, signora, è questa la Nuova Zelanda? o l'Australia?" (e cercò di fare una riverenza mentre parlava - figuratevi, far riverenza mentre si casca giù a precipizio! Dite, potreste farla voi?) "Ma se farò questa domanda mi crederanno una sciocca. No, non la farò: forse troverò scritto il nome in qualche parte, laggiù (...) quando, tonfete! cascò sopra un mucchio di rametti e foglie secche, e la caduta finì. Alice non si fece male e saltò in piedi lesta e pronta: guardò in alto, non era buio: davantia lei c'era un lungo corridoio dove correva il Coniglio bianco...

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, capitolo I.

mercoledì 11 giugno 2008

Aquile e aquiloni



Non sono un ingegnere, né un esperto di economia, non sono un pianificatore né un politico, sono uno che, a naso, alle colate di cemento e la radioattività (controllata, certificata, di quarta generazione e senza frontiere, per carità) preferisce gli aquiloni e l'aria fresca. A volte però vorrei essere un ingegnere, per valutare l'efficacia e la portata di progetti come questo QUI. A me sembrano incredibili... dimenticavo che sono un ingenuo.

venerdì 6 giugno 2008

L'ingenuo


L'ingenuo legge degli effetti biologici della radioattività su Wikipedia, s'inquieta e non se la sente di approfondire troppo;
L'ingenuo pensa che nel caso delle centrali nucleari non c'è bisogno di tanti incidenti: uno solo, grande, sarebbe sufficiente a molte generazioni;
L'ingenuo pensa che una gestione oculata dell'energia, un risparmio feroce, la diffusione delle pratiche intelligenti e qualche rinuncia, varrebbero una centrale nucleare;
L'ingenuo pensa che l'eolico, il solare, il geotermico bisognava farlo ieri, oggi, dai.
L'ingenuo pensa che in Italia non si è ancora riusciti a trovare tane sicure per le scorie di poche centrali chiuse tanti anni fa;
L'ingenuo pensa che l'Italia non sia proprio il posto adatto per gestire immondizia di nessun tipo, tantomeno nucleare;
L'ingenuo pensa che se quasi tutti hanno le centrali, noi potremmo provare a sfruttare il fatto che non le abbiamo;
L'ingenuo pensa che il pericolo delle centrali non risieda in tutto quello che si può prevedere, ma proprio nell'inaspettato, nell'imprevedibile;
L'ingenuo pensa che la sicurezza delle centrali non risieda solo nella rigidezza delle procedure, ma pure nella debolezza dell'essere umano, nella noia, la furberia, la scorciatoia, la follia;
L'ingenuo pensa che le centrali vanno in un futuro che ci appartiene solo in parte;
L'ingenuo pensa che nel futuro potrebbero nascere generazioni non in grado di gestire rifiuti pericolosi e centrali in disuso.
Vorrei essere anche io entusiasta per le nuove promesse centrali nucleari, purtroppo sono un ingenuo.

mercoledì 4 giugno 2008

Respiro


"Vorrei parlare con voi del respiro. Del primo e dell'ultimo respiro. E' il respiro che apre e chiude l'esistenza. Avrei potuto iniziare il mio discorso parlando del cuore, dell'ultimo battito, ma non avrei saputo parlarvi del primo perché è un'altra cosa: il cuore inizia a battere prima della nascita, lo sapete bene. No, no, il vero segno che siamo nel mondo dei vivi è il respiro. Nel ventre materno siamo come un qualsiasi altro organo dentro una membrana che non è nostra, con le arterie di un altro essere, ciechi come qualsiasi altra appendice: la vita, insomma, non è ancora nostra. Ne prendiamo possesso a una data e un'ora che è esattamente il momento in cui immettiamo la prima aria nei polmoni..."


Giorgio Todde, Lo stato delle anime, Il Maestrale/Frassinelli, 2006.

mercoledì 28 maggio 2008

Chiosa a Orfani del cielo


"...nel XX secolo per guarire dall'antropocentrismo causa di tutti i nostri mali, non c'è niente di meglio che affacciarsi alla fisica dell'infinitamente grande (e piccolo)."


Julio Cortàzar, Il giro del giorno in ottanta mondi, Alet, 2006.


Pure nel XXI secolo sarebbe utile. Si tratta sempre di sapere, seppure in maniera approssimativa, il posto che occupiamo tra l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo, forse non risolverebbe tutti i nostri mali ma ci renderebbe un po' più umili e persino realisti.


lunedì 26 maggio 2008

Orfani del cielo



La visione del futuro condiziona il presente.
La condizione del presente dà una visione del futuro.
I futuri non sono più quelli di una volta, l'ho già scritto da qualche parte di faustotorpedine. Sarà uno tra i primi segni di senilità, va bene. Sarà che siamo così rivolti su noi stessi, su di questa minuscola particella di pulviscolo che è la Terra, da non riuscire più a immaginare niente che vada al di là. Eppure di là, a chiamarci, ci sono milioni di soli, distanze inimmaginabili, qualcosa o qualcuno, molto probabilmente.
E noi invece stiamo a canticchiare miracoli e gli sfracelli dell'iperminiaturizzazione, di software e hardware, di virtualità sempre più sottili, spinte, oscene quasi. Oppure la negazione di tutto questo: un pianeta spazzato da qualche catastrofe più o meno naturale, da cataclismi di cui siamo o saremmo causa.
Somigliamo un po' all'equipaggio della Vanguard, l'immensa astronave, un cilindro lungo chilometri, immaginata da Robert Heinlein nel suo Orfani del cielo (aka Universo), la nave che porterà generazioni di esseri umani a raggiungere la stella Proxima Centauri. Ma un ammutinamento toglie il controllo delle parti periferiche della nave, che cadono in mano a delle creature mutanti e ostili. Passano gli anni e le generazioni e l'equipaggio a poco a poco perde la memoria delle origini e degli scopi, dimenticando le stelle cominciano a pensare che l'intero universo sia quel nocciolo di "corridoi, cabine, vasche immense dove indorano le messi".
Ieri la sonda spaziale Phoenix ha posato i suoi tre piedi metallici su Marte. Davvero ci va del genio per mandare un mucchietto di ferro e circuiti stampati a diverse decine di milioni di chilometri laggiù. Ogni sguardo gettato tra le stelle è un piccolo miracolo, anche quando ci sono molte altre cose a cui pensare sulla Terra, non meritiamo di essere orfani delle stelle.

(A proposito di piccoli universi: Ortone nel mondo dei Chi è un recente film d'animazione, tratto dal racconto quasi omonimo di Dr. Seuss [Ortone e i piccoli Chi], che racconta di quanto possano essere finiti gli infiniti universi).

illustrazione NASA

sabato 24 maggio 2008

Voi siete qui


"... Non molto tempo fa, mi sono trovato sul fronte della guerra civile in Liberia. Stavo nella capanna di fango di Dokie, il capo della guerriglia partigiana. Era una calda notte tropicale.
“Where are you from?” mi chiese Dokie a un certo punto.
“From Poland” risposi.
“Poland, Poland” ripetè Dokie. “But where is Poland?”
“Poland is in Europe” spiegai.
“Europe!” gridò in tono trionfale. “This I know. Europe is in China!” Ma un attimo dopo chiese ancora: “But where is China?”
“Where is China?” ripetei smarrito. La geografia di Dokie mi aveva talmente confuso le idee che per un attimo fui tentato di rispondergli: “I’m sorry Dokie, but where China is I really don’t know”.

Ryszard Kapuscinski, Autoritratto di un reporter, Feltrinelli, 2008. Pag 111.

mercoledì 14 maggio 2008

Andare come un diesel


Ho visto Eugenio Finardi alla Fiera del libro di Torino. Sono stato tentato di parlargli ma non l'ho fatto, e non perché sono timido. E' solo che aveva già molta gente intorno che aspettava, e il pensiero di essere anche solo un filo molesto, raccontandogli di storie vecchie, mi ha fermato. Se gli avessi parlato lo avrei ringraziato per un disco che si intitola Diesel (vero, nero, vile vinile) che ho comprato da adolescente per poche lire e suonato all'infinito. Da un po' di anni sta lì ad aspettare un nuovo giradischi fuori dal tempo, ma succederà, prima o poi tornerà a suonare.
Per me però non ha mai smesso, perché è stato uno degli abbecedari che ho usato per provare a tradurre il mondo, e a Finardi, magari in maniera un po' confusa, avrei cercato di dire che le cose bisogna farle, e possibilimente farle bene, che siano dischi o poesie o armadi o semi da mettere sotto a un dito di terra. Una volta fatte non dipendono più da noi ma seguono strade spesso misteriose, scavano solchi, agiscono. Ma forse già lo sa.
Non conosco bene tutta la discografia successiva di Finardi, ma su quel disco potrei scrivere un volume di pensieri, un romanzo sull'aria che ci si respira, una raccolta di racconti che avrebbero questi titoli: Non è nel cuore, Giai Phong, Scimmia, Scuola, Non diventare grande mai...
Questo è successo.

martedì 13 maggio 2008

53


Di tramonti
non ce n'è mai abbastanza.

venerdì 9 maggio 2008

L'oppure di Peppino Impastato


Trent'anni fa veniva assassinato dalla mafia Peppino Impastato, un uomo coraggioso che dai microfoni di Radio Aut, l'emittente a cui aveva dato vita, gridava contro l'omertà e l'oppressione delle cosche. La sua storia è raccontata in un bel film di Marco Tullio Giordana di qualche anno fa, I cento passi.

Ho scoperto di recente che l'Aut della radio non era l'abbreviazone di "autonoma" o né la trascrizione italianizzata di "out", ma la parola latina "aut": oppure. L'oppure che Peppino Impastato immaginava per la sua terra.


giovedì 8 maggio 2008

Poubelle, ma belle


La prima volta che vidi dei pannelli solari, sarà trenta anni fa, non avevo dubbi sul progresso e sulle sorti magnifiche del genere umano. Ero un ragazzino convinto che l'energia potesse arrivare dal sole, dal vento, dalle viscere incandescenti della terra, energia gratuita, pulita, inesauribile.

Poi passano gli anni, certo uno pensa anche ad altro, ma i pannelli solari non se vedono mica tanti, pale eoliche solo nell'appennino abruzzese, quasi sempre ferme. Intanto le città diventano sempre più puzzolenti, le strade dove passano solo auto sono i luoghi più tristi del creato. I pannelli solari una rarità, se qualcuno li monta arriva il cronista del giornale locale, le discariche cambiano l'orografia: dove ci sono prati nascono colline, i gabbiani arrivano a Settimo. Certe città, in Italia, diventano invivibili. Immondizia, scorie, polveri, fumi, sembra che sia l'unica maniera degna per campare, e bisogna pure sentirsi in colpa per non avere voluto le centrali nucleari, che ce l'hanno tutti in Europa e se saltano per aria le radiazioni non rispettano mica i confini. No, non li rispettano.

Sembra che il CNR abbia escogitato un sistema per eliminare in maniera pulita, economica e definitiva i rifiuti indifferenziati, e addirittura per ricavarne un combustibile, il sistema si chiama Thor; io non sono in grado di valutare portata e bontà della cosa, ma qualche notizia si trova in rete (mica tante) e pure QUI

Mi sembra sia da far girare.

domenica 4 maggio 2008

In sospeso


1, 2, 3, 4, 5,
6; 7; 8; 9; 10;
12?
11!
François Le Lionnais, Poesia allo stato di traccia, 1958.


Acutissima la poesia, eclettico l'autore. Nella breve biografia su Le Lionnais in Wikipedia francese ci sono ovviamente la sua data di nascita (1901) la formazione scientifico matematica, accanto a un interesse fortissimo per le arti e le lettere, e poi questa frase: Il meurt en 1984, laissant d’innombrables projets en suspens.

Di Le Lionnais conosco poco, ma in questa nota mi sembra di riconoscere la seduzione che ha la scintilla creativa, che può infiammare l'universo ma che dura un istante. Per diventare opera l'idea ha bisogno di tempo, lavoro e esperienza, dubbi e ripensamenti, e non tutti sono disposti a calare tra questi acquitrini. E quindi tutto rimane in sospeso che non è per forza abbandonato, anche le cose non finite possono avere energia, anzi a volte ce l'hanno anche perché non sono finite: la simmetria è statica, tetragona, l'asimmetria dinamica. Mi viene in mente un altro esempio francese, Il monte Analogo, romanzo d'avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche, di René Daumal. Bisognerà tornarci.
E poi c'è una fiducia illimitata nel futuro, magari irragionevole ma pure affascinante.

martedì 29 aprile 2008

Tranquilli, c'è l'uomo morto


Ci sono nomi di cose che sembrano piccoli romanzi, spesso sono nomi composti, che designano cose precise e "materiali" ma per bizzarre coincidenze si sono cristallizzati in una forma che è anche un'immagine.
Gia qualche tempo fa avevo raccontato il dado di Gesù, lo snodo meccanico che congiunge elicottero e eliche, il post lo trovate qui.
Un altro aggeggio meccanico con un nome curioso è l'uomo morto.
Nei vecchi tram era un pedale che il macchinista doveva azionare con il piede per lasciare liberi i freni. Se per qualche motivo lo lasciava (il più grave: era morto, appunto) il treno si fermava da solo. All'epoca i tram si guidavano in piedi. In epoche più recenti si sono trovati dei corrispettivi elettronici. L'utilità del dispositivo è da sempre controversa, ma continua a esserci e a presidiare molti dei trasporti pubblici.

giovedì 24 aprile 2008

E adesso?


Mostra Rossa – Immagine e comunicazione del lavoro, PalaFuksas, piazza della Repubblica, Torino, fino al 4 maggio.

Ci passavo davanti di sfuggita al Palafuksas, proprio in mezzo a Porta Palazzo, e mi sembrava ancora un cantiere. Ora comincio a temere che, almeno fuori, sia finito. Da fuori non si vede dentro ma da dentro si vede fuori. E dentro è buio, e fa pure freddo. Non so se significa qualcosa. Alla reception non ci sono standiste standard, per quanto surgelate, ma ex-sindacalisti veri e schietti. In uno sguardo capiscono chi sei, o almeno chi non devi essere se vuoi entrare là dentro, ad esempio la suburra multicolore e multigenere che sbraita e si dispera a qualche metro dall’ingresso. Dietro a una vetrina una bandiera rossa del 1920, con la falce e il martello e il sole che spunta dietro. Quando i simboli significavano, adesso ci sono i nomi. Sarà che ormai sappiamo tutti leggere, che guardiamo tutto e forse vediamo un po’ meno. Sulla bandiera un motto ricamato giallo: chi lavora mangia. Lo stesso che, tanti anni fa, faceva dire a mia nonna un po’ amara, un po’ per scherzo: “…e chi non lavora mangia e beve.” Tanti schermi spuntano dal buio, s’accendono al passaggio o sparano immagini sui cartongesso bianchi, touch screen complicati. Effetti ricercati, sofisticati, costosi. Dall’altoparlante nascosto la voce di Pasolini: "Il linguaggio non è più letterario con la capitale a Firenze, ma tecnico e la capitale è Milano…" e oggi la capitale dov’è? Dal buio appare un altro anziano sindacalista (presumo) che mi dice: “Vada a vedere la ghiacciaia del 1700, ci mettevano la neve, per conservare i cibi, l’hanno scoperta mentre facevano i lavori.” E scompare nel buio. C’è davvero la ghiacciaia in mezzo al Pala, in basso, semidiroccata, vuota, non avrei mai capito cos’era. Il cuore di questo posto è una ghiacciaia, per questo fa freddo. Ci sono le delle tute da lavoro appese, blu, verde oliva, grigie; un po’ divise, un po’ pigiami, un po’ casacche da prigionieri di guerra. E il lavoro alla linea dei filmati anni Cinquanta, Sessanta e Settanta sembra una guerra, per i rumori, le presse che rinculano come obici, le dita nervose degli operai che caricano metallo, schiacciano pulsanti e scaricano ancora metallo. E le fabbriche caserme. Chiudono il percorso due pareti piene di post-it con le impressioni, ne leggo qualcuno e mi sembrano tutti un po’ troppo accondiscendenti, tutti troppo soddisfatti. In uno c’è scritto: “E adesso?” Vorrei scrivere che una mostra ha senso se accende emozioni nuove o rinfocola emozioni vecchie, cosa che un po’ è successa, ma vorrei anche dire che c’è troppo buio, freddo e troppi touch screen. Faccio l’originale e ne attacco uno vuoto. Non so se significa qualcosa.

sabato 19 aprile 2008

Cosa può essere un blog (update)


Questo post era già uscito lo scorso ottobre, poi ho continuato ad aggiungere delle voci e adesso mi sembra che valga la pena riproporlo, sempre aperto a tutti:


Cosa può essere un blog. Non lo so ancora del tutto: lo esploro, lo interrogo e provo qualche risposta. Non è detto che siano tutte vere, tutte valide, tutte efficaci. La più semplice e scontata è la numero uno, che dovrebbe essere l’ultima. Questo post, come e più degli altri, è aperto a ogni contributo.

1. Un blog è un blog.
2. Un quaderno d’appunti.
3. Un quaderno di esercizi.
4. Uno strumento di democrazia.
5. Un libro di testo.
6. Un diario personale.
7. Un diario pubblico.
8. Un album di fotografie.
9. Un quaderno di illustrazioni.
10. Una perdita di tempo.
11. Una valvola di sfogo.
12. Un cimitero di parole.
13. Un muro di parole.
14. Un esercizio di stile.
15. Una delle 441.712 voci di Wikipedia.
16. Una manifestazione di incontinenza verbale.
17. Una maniera di fare autoanalisi.
18. Uno supporto didattico.
19. Una forma di pubblicità.
20. Un catalogo.
21. Uno schedario.
22. Un
abbecedario (si può imparare una lingua attraverso un blog? Attenzione! Qua c'è una storia!).
23. Un bersaglio.
24. Una maniera di fare business.
25. Un volume della
Biblioteca di Babele.
26. Un testo che ha un punto d'origine temporale e che, in teoria, può andare avanti all'infinito, come la semiretta geometrica. In realtà è un segmento che aspira alla "semirettitudine" (senza mai raggiungerla), da cui parte (o finisce) un numero indefinito di segmenti o altre aspiranti semirette.
27. Una fiera delle vanità.
28. Un progetto.
29. Un pensare ad alta voce.
30. Un mezzo di comunicazione solo per iniziati.
31. Un mezzo di comunicazione solo per finiti.
32. Un'opera d'arte.
33. Un'opportunità.
34. L'illusione di un eterno work in progress.
35. Il medium è il messaggio (vedi punto 1).
36. Un modo per scompigliare.
37. Un modo per ordinare o riordinare.
38. Un posto dove arrivi per sbaglio e non ci torni più.
39. Un posto dove (arrivi per sbaglio e) scopri qualcosa di utile ma che non stavi cercando.
40. Un link da aggiungere alla propria lista di siti amici, come una medaglia.
41. Ceci n'est pas un blog.
(…)



Illustrazione dalla Rete

giovedì 17 aprile 2008

Avevano ragione i Flinstones


Non siamo altro che molto sofisticati Flinstones che hanno addomesticato specie viventi, hanno imparato a lavorare pietre e materiali organici vari per renderle degli aggeggi (viventi o no) che servono a fare delle cose, o a produrne di altre. Un cellulare non è altro che sassi, come un treno o una gru; un vestito è materiale organico, derivante da animali allevati e piante coltivate a nostro servizio. Oppure derivati dal petrolio, olio di pietra: ancora sassi.
Le idee, per cristallizzarsi, hanno bisogno dei sassi, in ogni possibile accezione, forma, trasformazione.
Probabilmente sarebbe possibile risalire e ricostruire tutto il progresso tecnologico partendo da un sasso, il primo lavorato da un essere umano.

sabato 5 aprile 2008

Arthur Rimbaud - Voyelles



A noir, E blanc, I rouge, U vert, o bleu: voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes:
A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,

Golfes d’ombre; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
Lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d’ombelles;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
Dans la colère ou les ivresses pénitentes;

U, cycles, vibrements divins des mers virides,
Paix des pâtis semés d’animaux, paix des rides
Que l’alchimie imprime aux grands fronts studieux;

O, supréme Clairon plein des strideurs étranges,
Silences traversés des Mondes et des Anges:
- O l’Omega, rayon violet de Ses Yeux!


Se le vocali sono colori, le consonanti non possono essere semplici variazioni o sfumature. Sono forse dei suoni? ma cosa vuol dire suoni o colori? sono solo diverse lunghezze d'onda, che poi siano colte da occhi o da orecchie (o da nessuna delle due) non è poi molto importante.

martedì 1 aprile 2008

I libri più interessanti non esistono


Gli scrittori scrivono libri e qualche volta li pubblicano. Scrivono trame su cui corrono i personaggi e a volte, per far correre trame e far risaltare personaggi, gli scrittori inventano libri che non esistono, e li mettono a condire la loro storia. Qualcuno li chiama pseudobiblia (una wikilista, molto abbozzata, si trova qui) e la fantascienza come la letteratura fantastica in genere ne ha fatto (e ne fa) uso: dalla asimoviana Enciclopedia galattica, alla Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, ma c'è pure l'inquietante Manuale delle giovani marmotte, un libro tascabile ma allo stesso tempo un "libro orizzonte" dove c'è tutto e di tutto, e comunque sempre la cosa giusta al momento giusto.
Anche in Faustotorpedine ci sono degli pseudobiblia, a complemento di un articolo pseudosociologico che trovate qui.
Lo pseudobiblium ha la caratteristica di essere (almeno in potenza) più interessante del libro in cui viene citato. E' un peccato che non esista, a meno che non sia in qualche scaffale fuori mano, in un angolo della Biblioteca di Babele.

domenica 30 marzo 2008

Etica del cercare, estetica del trovare (cinque). Perché scrivi?


“Per registrare il mondo così com’è. Per fissare il mondo prima che tutto sia dimenticato. Per fare marameo alla morte. Per fare soldi, così che i miei figli avessero le scarpe. Per fare soldi, così da prendere in giro quelli che prima prendevano in giro me. Perché creare è umano. Perché creare è divino. Perché non sopportavo l’idea di andare a lavorare. Per far credere di essere una persona interessante. Per divertire i lettori. Per divertire me stessa. Per passare il tempo, anche se sarebbe passato comunque.”


Margareth Atwood, Negoziando con le ombre, Ponte alle grazie, 2002

martedì 18 marzo 2008

Tutte le orbite di Arthur C. Clarke


Dopo 90 orbite complete intorno al sole se n'è andato Arthur C. Clarke un uomo instancabilmente curioso e un grande inventore di universi: La città e le stelle, La sentinella, I nove miliardi di nomi di Dio, Incontro con Rama, 2001 odissea nello spazio...
Una delle sue ultime illuminate e illuminanti interviste la trovate
qui (non perdetevela, in TV non la vedrete mai, né la leggerete sui giornali).

lunedì 17 marzo 2008

In Tibet si muore (e non si deve troppo sapere)


Quindi scriviamolo. Serve a poco, ma fare finta di niente a niente serve.

venerdì 14 marzo 2008

Lo scienziato che ride


Stamattina su Radiotre scienza parla Frank Wilczek, premio Nobel per la fisica 2004, ringrazia la scuola pubblica americana che all'epoca della guerra fredda finanziava gli studi scientifici e che gli ha dato la possibilità di studiare matematica. "Spesso si reagisce più ai pericoli che alle opportunità" dice; ascolto la radio mentre lavoro e mi sfugge se si riferisca ancora alla scuola, ma mi sembra una frase su cui vale riflettere per un momento: "Spesso si reagisce più ai pericoli che alle opportunità".
Ascolto Wilczeck che ride mentre parla, ride di sé e dei suoi colleghi (anglosassoni) e mi rendo conto che è un comportamento raro. Cioè è raro per chi è chiamato alla radio a dire il suo parere qualificato, gli altri ridono tutti, quasi sempre a sproposito. I vari esperti, luminari, scienziati, guru di casa nostra sono sempre tutti molto seri, un po' boriosi, perfettamente calati nella parte, arroccati su scranni e posizioni. Wilczeck dice che da ragazzo sognava di diventare uno studioso del cervello ma poi c'era poca matematica per i suoi gusti... però non esclude di ricrearsi una carriera in questo campo. E ride ancora, chissà se scherza. Tra quello che volevamo fare da ragazzi e quello che diventiamo da adulti c'è sempre un nodo, una soglia, il collo della clessidra. Non è detto che tutti si debba diventare quello che si sognava, ma lasciarsi aperta una possibilità, avere la fortuna di poterselo permettere, che forza, che risorsa...


mercoledì 12 marzo 2008

In bocca al lupo


La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagna; è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui.
Vladimir Nabokov

domenica 9 marzo 2008

Kiplinghiana (due). Pappagalli


Un amico che vive a Bruxelles da qualche anno mi ha raccontato una storia di pappagalli brasiliani naturalizzati europei.
Sembra che negli anni Settanta del secolo scorso siano fuggiti da un parco di divertimenti fallito (o forse liberati da una mano chissà quanto sensibile o senza scrupoli) alcune decine di pappagalli sudamericani che invece di rimanerci secchi, si sono adattati al clima umido ma non eccessivamente freddo del Belgio. Si sono riprodotti in diverse centinaia e se ne vanno scorazzando tra i boschi, i paesi e la città - come dice l’amico – contendendosi bacche e noci con corvi e gazze, ma come loro fregandosene delle divisioni linguistiche e storiche tra fiamminghi e valloni.
Tra un anno o fra cento, chissà, forse nascerà un pappagallo particolarmente curioso che scoprirà le loro lontane origini amazzoniche, e magari incontrerà un altro pappagallo (o una pappagalla) visionario, a cui verrà in mente di tornare nella terra degli avi. Sarà perfetto quando troveranno un altro pappagallo, uno di quei tipi inquieti, che sentita la storia metterà insieme un manipolo di coraggiosi, disadattati, cornacchie rinnegate, e insieme si inventeranno una maniera per attraversare mezzo continente e un oceano…

venerdì 7 marzo 2008

Etica del cercare, estetica del trovare (quattro) Crepe


Nel momento in cui appoggi la penna sul foglio fai la cosa giusta.
Nel momento in cui appoggi la penna sul foglio, sbagli.
Separi: il mondo da una parte e il foglio scritto dall’altra.
Ogni cosa visibile, percettibile o no, ogni storia, oggetto, sentimento, visto da ogni punto di vista, ogni filosofia o credo stanno da una parte.
Il mondo sta dall’altra.
Nel momento in cui appoggi la penna sul foglio apri una crepa in tutto quello che c’è. E quello che c’è comincia a fluire sul foglio bianco. Goccia, rivolo, torrente, mare. Destinato a tornare nell’oceano delle cose che ci sono, che ci sono ora.
Si spera in un distillato, spesso è solo essudazione.

mercoledì 5 marzo 2008

Giacomo Balla futurista a Palazzo Reale (Mi là no)

L’impotenza (denunciata) della pittura a rappresentare la profondità, il movimento e i suoni.
Invece: superficialità, stasi, silenzio. E' questo la pittura?

Le motociclette e i suoni dipinti, acuminati come becchi nuovi di picconi.
I quadri di notte non fanno rumore.
Nel quadro la bambina corre sul balcone. Una. E una dietro l’altra. Una nevicata di coriandoli congelati. Ragazzi del liceo in gita faticano a vederla, s'allontanano e s’avvicinano, caotici e dinamici loro. Anche i disegni preparatori sono forti, irti di vettori e di energie.
Le rondini in volo, scomparse dai cieli, sfrecciano ancora con mille ali nei dipinti di Balla. O almeno ci provano.
Nel documentario in video Balla muore per finta, uguale a Fabry Fibra.
Movimenti biologici contro movimenti meccanici, contro movimenti celesti: le ellissi iperboliche di Mercurio che passa e ripassa davanti al sole.
I quadri dove si scontrano pessimismo e ottimismo, oscurantismo e progressismo. Dai colori si vede chi ha ragione, ma nessuno prevarrà...
Il rifiuto del museo, celebrato in un grande, febbrile di ponteggi, complesso museo.
Alla fine del tempo non rimarranno che i musei. Ci sarà tutto, noi compresi, ma nessuno ci entrerà mai.

Un'idea di Balla.

martedì 4 marzo 2008

Il primo passo


Per radio un dj dice: “i latini dicevano che il primo passo è quello più lungo” (ma che razza di radio ascolto?), più tardi sul giornale leggo una frase di Hermann Hesse: "In ogni inizio si nasconde una magia". Citazioni captate per caso che trattano di quel momento (magico davvero, bellissimo) in cui una cosa che non c’era comincia ad esserci, in cui comincia un viaggio, una storia, un'avventura, qualcosa di desiderato, pianificato, accarezzato. Una volta ho letto (non so più bene dove) che ogni volta che qualcosa comincia, l’intero universo cospira perché la cosa riesca. Mi sembra giustissima: l'inizio è una scintilla capace infiammare tutto, l’universo persino, anche solo per un istante. Ma non potrebbe avere ragione il mistico che dice che è solo un caso se otteniamo quello che vogliamo? Pure questo potrebbe essere sensato. Insomma: quando cominicamo qualcosa l’universo intero si mette in moto, in maniera di farci raggiungere i nostri obiettivi, ma se li raggiungeremo sarà solo per caso. Chiaro, no? Però sul primo passo bisognerà scrivere qualcosa, iniziare, fare un primo passo.